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Icona NMP Marzo 2024: Mille pazienti affetti da trombocitemia essenziale: l'esperienza del CRIMM di Firenze

A cura del dr. Giuseppe Gaetano Loscocco
CRIMM – Centro di Ricerca ed Innovazione per le Malattie Mieloproliferative, SOD Ematologia, AOU Careggi, Firenze


Nel presente studio abbiamo descritto 1000 pazienti affetti da trombocitemia essenziale e seguiti presso il Centro Ricerca e Innovazione delle Neoplasie Mieloproliferative (CRIMM) di Firenze, tra il 1980 e il 2023; l'età media è risultata essere di 59 anni (range 18–95 anni), femmine 65%, i casi JAK2/CALR/MPL mutati rispettivamente nel 66%/19%/4%; casi triplo negativi (TN) 11%. La trombocitosi estrema definita con una conta delle piastrine ≥1000 × 109/L nel 16% dei casi, la leucocitosi (definita come conta dei leucociti alla diagnosi >11 × 109/L) nel 16% dei casi e la presenza di almeno un fattore di rischio cardiovascolare nel 52% dei casi.
I pazienti con mutazione JAK2 erano più anziani (mediana 62 anni) e i pazienti con mutazione CALR e TN (53 anni per entrambi) più giovani. Il genere femminile era più frequente nei casi TN (76%) e JAK2 mutati (67%) rispetto ai casi CALR mutati (46%). La trombocitosi estrema era più frequente nei casi con mutazione di CALR (tipo 2 più del tipo 1), TN e MPL, mentre la leucocitosi è risultata maggiormente associata ai casi JAK2 mutati.
Nell'analisi multivariata, i fattori di rischio per la sopravvivenza libera da trombosi arteriosa erano l'età ≥ 60 anni e la mutazione JAK2 con significatività borderline per il sesso maschile e il rischio cardiovascolare; per la sopravvivenza libera da trombosi venosa, la mutazione JAK2 con significatività borderline per la storia di trombosi venosa; per la sopravvivenza globale, l'età avanzata, il sesso maschile, la conta assoluta dei neutrofili (ANC) ≥ 8 × 109/L , la conta assoluta dei linfociti (ALC) < 1,7 × 109/L; per la sopravvivenza libera da mielofibrosi, la mutazione CALR (in particolare per CALR tipo 1/1-like, HR 3,3) e la mutazione MPL; per la sopravvivenza libera da leucemia, l'età avanzata.
La terapia citoriduttiva sembrava mitigare sia il rischio di trombosi venose che arteriose; inoltre stata descritta una tendenza per l'aspirina nella prevenzione delle recidive di trombosi arteriosa. Il presente studio fornisce osservazioni real-life sulla trombocitemia essenziale, rappresentando un valido documento di partenza per interpretare la letteratura attuale e pianificare studi futuri.

Referenze bibliografiche:
Loscocco GG, Gesullo F, Capecchi G, et al. One thousand patients with essential thrombocythemia: The Florence-CRIMM experience. Blood Cancer J. 2024;14(1):10. Published 2024 Jan 18



Icona NMP Marzo 2024: Studio randomizzato di fase 2 sul Ropeginterferone nella policitemia vera a basso rischio (Low-PV): sopravvivenza ed efficacia del farmaco a 5 anni

A cura del dr. Giuseppe Gaetano Loscocco
CRIMM – Centro di Ricerca ed Innovazione per le Malattie Mieloproliferative, SOD Ematologia, AOU Careggi, Firenze


Nei pazienti con policitemia vera a basso rischio, l'esposizione a Ropeginterferone alfa-2b (Ropeg) a basso dosaggio 100 μg ogni 2 settimane per 2 anni è risultata più efficace del trattamento standard con il solo salasso terapeutico nel mantenimento dell'ematocrito target (HCT) (< 45%). I pazienti in trattamento con Ropeg hanno avuto una netta riduzione della necessità di salassi senza progressione della malattia.
Nel presente articolo, abbiamo analizzato la "sopravvivenza al farmaco", definita come surrogato di efficacia, sicurezza, aderenza e tollerabilità di Ropeg nei pazienti all'interno dello studio clinico Low-PV e seguiti fino a 5 anni. Durante i primi 2 anni, nelle 2 coorti di pazienti nel braccio sperimentale con Ropeg oppure convenzionale con i soli salassi il trattamento è stato interrotto rispettivamente nel 33% e nel 70% dei pazienti; di seguito i motivi della interruzione: i) mancanza di risposta (12 nel braccio Ropeg versus 34 nel braccio convenzionale con soli salassi), eventi avversi (6 versus 0) e ritiro del consenso (3 versus 10). Trentasei pazienti che hanno risposto al Ropeg hanno continuato il farmaco fino a 3 anni e la probabilità di sopravvivenza al farmaco dopo una mediana di circa 3 anni è stata del 59%.
In particolare, l'endpoint primario composito (definito come il mantenimento del valore mediano dell'ematocrito inferiore o uguale al 45% per 12 mesi in assenza di progressione della malattia a 12 mesi dalla randomizzazione) è stato mantenuto nel 97%, 94% e 94% dei pazienti ancora in terapia con il Ropeg a 3, 4 e 5 anni, rispettivamente; complessivamente, il 60% dei pazienti nel braccio Ropeg risultava libero dai salassi.
23 dei 63 pazienti nel trattamento convenzionale con soli salassi (37%) non hanno superato l'endpoint primario e sono passati al trattamento sperimentale con Ropeg; tra i fattori di rischio per questo fallimento, la necessità di effettuare più di tre salassi nei primi 6 mesi è emersa come il fattore più importante. In conclusione, per migliorare l’efficacia di Ropeg, potrebbe essere indicato aumentare la dose e utilizzarlo prima qualora sia elevata necessità di salassi nei primi 6 mesi.

Referenze bibliografiche:
Barbui T, Carobbio A, De Stefano V, et al. Ropeginterferon phase 2 randomized study in low-risk polycythemia vera: 5-year drug survival and efficacy outcomes. Ann Hematol. 2024;103(2):437-442. doi:10.1007/s00277-023-05577-9



Icona NMP Febbraio 2024: Tumori cutanei (non melanoma) nei pazienti in trattamento con Ruxolitinib

A cura della dr.a Boldrini Valentina
CRIMM – Centro di Ricerca ed Innovazione per le Malattie Mieloproliferative, SOD Ematologia, AOU Careggi, Firenze


Numerose ricerche condotte nel corso degli anni hanno evidenziato un rischio significativo di sviluppare tumori secondari nei pazienti affetti da neoplasie mieloproliferative, in particolare tumori alla tiroide, reni e tumori cutanei come basaliomi e carcinomi spinocellulari. Per quanto riguarda i tumori cutanei, è noto che il rischio è elevato nei pazienti con neoplasie mieloproliferative, ma le cause non sono completamente chiare. Le ipotesi principali includono una maggiore sorveglianza clinica, fattori di rischio ambientali o genetici condivisi e l'uso di specifici farmaci per il trattamento delle neoplasie mieloproliferative. Pipobromano, idrossiurea o ruxolitinib possono aumentare la suscettibilità allo sviluppo di tumori della pelle, mentre busulfano, anagrelide o interferone sembrano non influenzare tale rischio. L'idrossiurea, in particolare, può causare danni cutanei attraverso vari meccanismi, ad esempio danneggiando direttamente le cellule della pelle o rendendo il DNA delle cellule cutanee più suscettibile ai danni dei raggi solari. Pertanto, è fondamentale in corso di trattamento utilizzare una protezione solare massima. Anche il ruxolitinib può determinare un danno cutaneo attraverso l’alterazione del sistema di sorveglianza della pelle, i linfociti T, favorendo così la proliferazione di cellule anomale.
In tutti gli studi che hanno portato all'approvazione del Ruxolitinib, sia nella mielofibrosi che nella policitemia vera, si è osservato un'aumentata incidenza di tumori cutanei (non melanoma) nel gruppo dei pazienti che assumevano il farmaco; questo dato è stato successivamente confermato dai dati osservazionali in real life.
Recentemente la rivista Blood ha pubblicato uno studio retrospettivo multicentrico che ha coinvolto 18 centri del Regno Unito: questo studio ha incluso pazienti a cui era stato diagnosticato un tumore cutaneo di tipo non melanoma durante il trattamento con Ruxolitinib con lo scopo di definire le caratteristiche di questi tumori, il rischio di recidiva e definire la gestione della terapia ematologica. Dei 90 pazienti coinvolti, seguiti presso questi centri dal 2010 al 2022, la maggior parte era affetto da mielofibrosi, con uno score DIPSS intermedio-2 o alto rischio. Il tempo medio tra l'inizio del trattamento e l'insorgenza/recidiva del tumore cutaneo è stato di 30 mesi.
Complessivamente sono stati segnalati 106 NMSC. Il carcinoma squamocellulare (SCC) è stato il sottotipo istologico più comune (n=61 casi), seguito dal carcinoma a cellule basali (BCC; n=37 casi). La maggior parte era di piccole dimensioni e di basso spessore, ma con scarsa o moderata differenziazione, e sono stati trattati inizialmente con la sola rimozione. E’ da sottolineare che quasi il 70% dei pazienti aveva ricevuto una pregressa terapia con oncocarbide e il 40% aveva già avuto diagnosi di tumore cutaneo prima dell'inizio del ruxolitinib. Il 60% (n=34) dei pazienti hanno avuto una recidiva (sia locale, sia metastatica). Dal punto di vista della gestione ematologica, il 76% dei pazienti ha continuato il trattamento con ruxolitinib senza apportare modifiche al dosaggio o sospendere la terapia. In questa coorte, si è notato che la causa di morte più comune era rappresentata dai tumori cutanei (n=12).
Questo studio ha evidenziato che i tumori cutanei che si sviluppano nei pazienti in trattamento con Ruxolitinib mostrano un'aggressività lievemente maggiore rispetto alla popolazione generale. Pertanto, è essenziale effettuare un monitoraggio accurato attraverso regolari controlli dermatologici e adottare misure di protezione totale nelle zone esposte alla luce solare (viso, braccia, gambe) non solo durante i periodi di esposizione al sole, ma durante tutto l'anno.
Nonostante non sia completamente chiaro l'impatto del farmaco sul corso della patologia, in caso di storia di tumori cutanei o comparsa durante il trattamento, l'ematologo deve valutare attentamente i rischi e i benefici dell'inizio, continuazione o della sospensione della terapia con Ruxolitinib. Questa valutazione diventa particolarmente importante alla luce delle recenti approvazioni e delle prospettive terapeutiche future per questi pazienti, come ad esempio l’utilizzo di JAK inibitori alternativi come Fedratinib o Momelotinib (recentemente approvato FDA).

Referenze bibliografiche:
Rampotas A, et al. Blood. 2024 Jan 11;143(2):178-182. doi: 10.1182/blood.2023022345.



Icona NMP Febbraio 2024: Significato clinico e prognostico di una elevata carica allelica di mutazioni del gene CALR nella Trombocitemia Essenziale

A cura del dr. Giulio Capecchi
CRIMM – Centro di Ricerca ed Innovazione per le Malattie Mieloproliferative, SOD Ematologia, AOU Careggi, Firenze


La Trombocitemia Essenziale è una neoplasia ematologica facente parte del gruppo delle sindromi mieloproliferative croniche Philadelphia negative, caratterizzata principalmente da un'aumentata proliferazione a livello del midollo osseo di megacariociti, e di conseguenza di un aumentato numero di piastrine nel sangue periferico. Le principali implicazioni cliniche della patologia sono legate ad un aumentato rischio trombotico rispetto alla popolazione generale e al rischio di progressione ad una forma di Mielofibrosi Secondaria, un'altra sindrome mieloproliferativa cronica con distinta presentazione clinica; più rara è invece la progressione in Leucemia Acuta Mieloide.
Nel percorso che porta ad una diagnosi di Trombocitemia Essenziale viene ricercata la presenza di mutazioni a carico di geni definiti "driver", cioè che "guidano" la presentazione clinica della patologia (JAK2, CALR, MPL); in questo contesto mutazioni a carico del gene della calreticulina (CALR), sono riscontrabili in circa il 30% dei pazienti. Esistono molte mutazioni a carico del gene CALR che, sulla base di specifiche caratteristiche, vengono raggruppate in ordine di frequenza nelle mutazioni di Tipo 1 (e simili), Tipo 2 (e simili) e mutazioni atipiche.
Tuttavia, essendo le mutazioni di CALR acquisite nel corso della vita, non tutte le cellule di un individuo con diagnosi di Trombocitemia Essenziale presentano la mutazione; una stima della quantità di cellule mutate può essere fatta studiando la Variant Allele Frequency (VAF) (o carica allelica), ovvero misurando la percentuale di cellule CALR mutate rispetto al totale. Mutazioni a carico di CALR, suddivise analogamente a quelle considerate nella Trombocitemia Essenziale, sono riscontrabili anche nella Mielofibrosi, sottolineando la stretta vicinanza delle due patologie; tendenzialmente però i pazienti con diagnosi di trombocitemia essenziale tendono ad avere una VAF più bassa rispetto ai pazienti con diagnosi di Mielofibrosi.
Il Centro per Ricerca e Innovazione per le Malattie Mieloproliferative (CRIMM, Firenze), insieme alla Mayo Clinic (Rochester) e al Quebec CML-MPN Research Group (Canada) ha raccolto dati riguardanti 281 pazienti con diagnosi di Trombocitemia Essenziale e mutazioni di CALR, per indagare come un'alta VAF potesse incidere sulle caratteristiche della malattia. Una soglia percentuale del 60% di VAF è stata scelta per definire i pazienti "a bassa carica allelica" (il 92.5% dei casi) e "ad alta carica allelica" (il 7.5%).
Andando a confrontare i due gruppi, questi si distinguono al momento della diagnosi solo per una maggiore tendenza del gruppo ad alta carica ad avere valori inferiori di emoglobina e di ematocrito agli esami ematici e quindi ad avere una maggiore tendenza ad una presentazione con anemia. Non sono invece state riscontrate differenze significative per quanto riguarda gli altri parametri valutabili all'emocromo, come numero di globuli bianchi e piastrine né altre caratteristiche cliniche. Allo stesso tempo non sono state viste differenze significative per quanto riguarda il rischio di incorrere in eventi trombotici né a sanguinamenti e neanche l'aspettativa di vita differisce fra i due gruppi.
Le maggiori differenze fra i due gruppi sono invece riscontrabili dal punto di vista evolutivo. Il gruppo ad alta carica, infatti, presenta un maggior rischio di progressione in mielofibrosi e di pari passo è più frequente l'insorgenza di segni e sintomi associabili alla progressione di malattia,quali: anemia, l'aumento progressivo delle dimensioni della milza (splenomegalia) e la comparsa di cellule immature nel sangue circolante.
Non è stata invece notata alcuna differenza statistica per quanto riguarda il rischio di evoluzione in leucemia mieloide acuta secondaria.
Dal punto di vista del profilo molecolare i due gruppi presentano delle differenze: nel gruppo ad alta carica, infatti, si riscontra una maggiore rappresentazione da parte di mutazioni atipiche di CALR; inoltre, nel gruppo ad alta carica è più frequente poter riscontrare mutazioni in altri geni associate alle neoplasie mieloidi.
Oltre all'impatto di un'alta carica allelica delle mutazioni di CALR lo studio ha indagato qualora i differenti tipi di alterazioni conferiscano caratteristiche diverse al quadro clinico. I dati raccolti hanno confermato precedenti studi che mostravano alla diagnosi una maggiore conta piastrinica nei pazienti che Trombocitemia Essenziale e mutazioni di tipo 2 di CALR rispetto agli altri due gruppi. È stata inoltre notata una tendenza delle mutazioni atipiche a presentarsi in pazienti di sesso maschile e di età più avanzata rispetto agli altri due gruppi.
Se confrontati con pazienti mutati nel gene JAK2, gli autori hanno mostrato che i pazienti con Trombocitemia Essenziale mutati in JAK2 (V617F) ad alta carica (> 35%) presentavano un aumentato rischio di progressione in mielofibrosi sovrapponibile ai pazienti mutati in CALR con alta carica allelica.
Questi risultati sono stati appena pubblicati sulla prestigiosa rivista scientifica BLOOD [Blood. 2024 Jan 22:blood.2023023428.] e suggeriscono l'ipotesi secondo cui la progressione di malattia nelle sindromi mieloproliferative croniche possa essere legata all'accumularsi di cellule mutate e di come infine sia l'alta carica mutazionale a guidare la patologia. Dati simili sono stati infatti recentemente pubblicati dallo stesso gruppo di ricerca in una ampia casistica di pazienti con mielofibrosi primaria [Guglielmelli P et al.]
Seppur non ancora utilizzata nella pratica clinica, la determinazione fin dalla diagnosi della carica allelica delle mutazioni in geni driver (almeno per JAK2 e CALR) potrebbe migliorare la stratificazione prognostica dei pazienti con trombocitemia essenziale, mirando così all'individuazione di nuovi obiettivi terapeutici al fine di impostare terapie personalizzate.

Referenze bibliografiche:
- CALR mutation burden in essential thrombocythemia and disease outcome. Guglielmelli P, Szuber N, Gangat N, Capecchi G, Maccari C, Harnois M, Karrar O, Abdelmagid M, Balliu M, Nacca E, Atanasio A, Sestini I, Desilets A, Loscocco GG, Rotunno G, Busque L, Tefferi A, Vannucchi AM. Blood. 2024 Jan 22:blood.2023023428. doi: 10.1182/blood.2023023428
- Phenotypic correlations of CALR mutation variant allele frequency in patients with myelofibrosis. Guglielmelli P, Maccari C, Sordi B, Balliu M, Atanasio A, Mannarelli C, Capecchi G, Sestini I, Coltro G, Loscocco GG, Rotunno G, Angori E, Borri FC, Tefferi A, Vannucchi AM. Blood Cancer J. 2023 Jan 30;13(1):21. doi: 10.1038/s41408-023-00786-x.



Icona NMP Agosto 2022: La risposta al danno ossidativo correla con le mutazioni driver e con la prognosi dei pazienti con mielofibrosi

Negli ultimi anni è emerso il ruolo sempre più importante dello stress ossidativo in numerose patologie, soprattutto di origine infiammatoria. Il mantenimento dell'equilibrio fisiologico tra fattori pro-ossidanti e antiossidanti è fondamentale per il corretto funzionamento cellulare e la perdita di tale equilibrio è chiamata stress ossidativo. Lo stress ossidativo è caratterizzato dall'accumulo di specie reattive dell'ossigeno (ROS) che, se non correttamente metabolizzate, possono causare danni a varie componenti cellulari, compreso il DNA, portando quindi a una maggiore instabilità genomica e promuovendo la trasformazione cellulare. Per questi motivi, lo stress ossidativo è stato studiato in un'ampia varietà di tumori e neoplasie ematologiche.
La Mielofibrosi (MF) rientra tra le neoplasie mieloproliferative Philadelphia-negative con prognosi peggiore ed è caratterizzata dall'incremento della proliferazione di cellule mieloidi terminalmente differenziate. Le mutazioni che guidano questa neoplasia (mutazioni "driver") nei geni JAK2 e CALR hanno un impatto sull'attivazione della via di segnalazione cellulare JAK-STAT, ma anche sulla produzione di ROS. In particolare, i pazienti con MF mostrano alti livelli di citochine pro-infiammatorie, accompagnati dall'aumento dei livelli di ROS intracellulari.
Al fine di identificare il ruolo delle mutazioni driver nello stress ossidativo, in questo recente lavoro Genovese et al hanno valutato i livelli di ROS in cellule staminali/progenitori ematopoietici di pazienti con MF. I risultati ottenuti dimostrano che i pazienti CALR-mutati mostrano livelli di ROS di gran lunga maggiori rispetto ai pazienti JAK2, con conseguente aumento di danno ossidativo al DNA. Inoltre, è stato dimostrato che le cellule con la mutazione di CALR presentano una minore attività dell’enzima antiossidante Superossido Dismutasi (SOD).
In questo lavoro è stato successivamente dimostrato che l'aumento dei livelli plasmatici di capacità antiossidante totale (TAC), un potenziale biomarcatore in grado di valutare globalmente la capacità antiossidante, è in grado di predire la sopravvivenza dei pazienti. In particolare, è stato osservato che i pazienti JAK2-mutati possiedono alti livelli di TAC, sebbene abbiano livelli di ROS più bassi rispetto a un paziente CALR-mutato. Il forte aumento dello stress ossidativo nei pazienti CALR-mutati potrebbe causare l'attivazione di meccanismi protettivi che, in ultima analisi, promuovono la morte cellulare, mentre nei pazienti JAK2-mutati il moderato aumento dello stress ossidativo può determinare la persistenza di cellule con DNA danneggiato, in cui l'accumulo di mutazioni favorisce la progressione della malattia. Genovese et al hanno quindi dimostrato che l'aumento dei livelli di TAC è correlato alla presenza della mutazione JAK2, a diverse caratteristiche cliniche detrimentali e ad una minore sopravvivenza. In conclusione, questi risultati hanno permesso di evidenziare come i livelli di TAC plasmatici potrebbero rappresentare un nuovo biomarcatore prognostico nella MF indipendente dalla classificazione DIPSS.

The Response to Oxidative Damage Correlates with Driver Mutations and Clinical Outcome in Patients with Myelofibrosis
E. Genovese, M. Mirabile, S. Rontauroli et al.
Antioxidants 2022 Jan 5;11(1):113. doi: 10.3390/antiox11010113 (Vai all'abstract collegamento esterno)



Icona NMP Agosto 2022: Lo studio longitudinale dei pazienti affetti da emopoiesi clonale permette di valutare il vantaggio proliferativo conferito dalla presenza di specifiche mutazioni

L'età avanzata è uno dei fattori di rischio che predispongono allo sviluppo del cancro. In particolare, l'invecchiamento comporta l'accumulo di mutazioni nel DNA che costituiscono una condizione che predispone allo sviluppo dei tumori.
Nel contesto ematologico l'accumulo di mutazioni nelle cellule staminali determina una condizione definita Emopoiesi Clonale (CHIP) caratterizzata dall'espansione di una o più popolazioni cellulari accomunate dalla presenza di specifiche alterazioni geniche. Questo fenomeno colpisce più del 10% degli ultra-sessantenni e si stima aumenti di dieci volte il rischio di sviluppo di neoplasie ematologiche. La diagnosi precoce di questa condizione è pertanto fondamentale per un ottimale monitoraggio clinico dei pazienti.
Nella pratica clinica, la CHIP viene diagnosticata quando in un individuo la frequenza delle cellule del sangue che presentano mutazioni in geni associati allo sviluppo di cancro supera il 2%. In particolare, i geni DNMT3A e TET2 sono quelli maggiormente affetti da mutazioni che generano emopoiesi clonale, ma i meccanismi che determinano il loro coinvolgimento nella progressione a leucemia non sono ancora del tutto chiariti. Le cellule staminali recanti queste mutazioni sono caratterizzate da una differente "fitness", definita come un vantaggio proliferativo nei confronti delle cellule che non le presentano che ne determina l'espansione nel tempo. Il diverso livello di fitness conferito dalle mutazioni contribuisce quindi in modo sostanziale all'evoluzione da una condizione di CHIP ad una neoplastica.
In un lavoro pubblicato recentemente su Nature Medicine e presentato nel corso dell'ultimo congresso dell'Associazione Europea di Ematologia (EHA) Robertson et al. hanno effettuato uno studio longitudinale su una coorte di 1641 individui tra i 70 ed i 90 anni tra i quali sono stati individuati 85 soggetti affetti da CHIP. Questi soggetti sono stati sottoposti a controlli periodici, in media ogni 3 anni, per analizzare l'evoluzione della frequenza delle mutazioni responsabili della CHIP. I dati ottenuti mostrano che i geni maggiormente interessati dalle mutazioni sono DNMT3A, TET2, JAK2 e ASXL1. Successivamente i ricercatori hanno dimostrato che la fitness di un clone è influenzata non solo dal gene colpito, ma anche dal tipo di mutazione che si verifica.
Gli autori hanno poi rivisto i criteri di diagnosi della CHIP, verificando che l'utilizzo della sola frequenza di mutazione non è pienamente informativo; questo metodo può infatti tralasciare mutazioni che nel tempo si espandono sensibilmente o individuarne alcune che non hanno rilevanza clinica. Per questo motivo, i ricercatori hanno sviluppato un nuovo algoritmo (LiFT) basato sulla variazione della frequenza delle mutazioni nel tempo, sono sufficienti 2 valutazioni. Questo metodo risulta più efficace del precedente poiché l'86% delle mutazioni identificate sono effettivamente capaci di conferire un vantaggio proliferativo alle cellule. Fra le mutazioni individuate dal nuovo algoritmo sono incluse alcune varianti caratterizzate da alta fitness a carico dei geni U2AF1, DNMT3A e TP53 che erano state ignorate col metodo tradizionale. LiFT si è quindi dimostrato molto affidabile nell'identificazione di mutazioni; infatti, l'88% delle varianti individuate sono state classificate come patogenetiche o potenzialmente patogenetiche.
Infine, gli autori hanno osservato una forte correlazione fra l'alta frequenza di mutazioni e la sopravvivenza nella coorte di soggetti più anziani. I soggetti della coorte meno anziana presentano invece una correlazione fra la sopravvivenza e la velocità di espansione delle cellule che presentano mutazioni causative della CHIP.
In conclusione, il nuovo metodo sviluppato da Robertson et al. permette di studiare più finemente la condizione della CHIP identificando con una maggiore efficienza la presenza di mutazioni che aumentano la fitness delle cellule staminali emopoietiche. Lo strumento sviluppato dagli autori potrebbe quindi risultare fondamentale per la diagnosi precoce delle neoplasie ematologiche aiutando a identificare i pazienti a più alto rischio che potrebbero beneficiare di un monitoraggio più intenso.

Longitudinal dynamics of clonal hematopoiesis identifies gene-specific fitness effects
Neil A. Robertson, Eric Latorre-Crespo, Maria Terradas-Terradas et al.
Nat Med 28, 1439–1446 (2022) (Vai all'abstract collegamento esterno)



Icona NMP Gennaio 2022: Nuove mutazioni dell'esone 5 e fusioni geniche in NPM1 che portano ad una dislocalizzazione della nucleofosmina nel citoplasma nelle LAM

Le mutazioni della nucleofosmina (NPM1) nella leucemia mieloide acuta (LAM) colpiscono l'esone 12, ma sporadicamente interessano anche gli esoni 9 e 11, causando cambiamenti all'estremità C-terminale (perdita di triptofano, creazione del segnale di esportazione nucleare [NES]) che portano alla localizzazione aberrante di NPM1 nel citoplasma (NPM1c+) rilevabile mediante immunoistochimica.
Combinando immunoistochimica e analisi molecolari in 929 pazienti con leucemia mieloide acuta, sono state trovate mutazioni nell'esone 5 di NPM1.
Un'altra mutazione dell'esone 5 è stata identificata in 141 pazienti con LAM selezionati per avere l'esone 12 di NPM1 wild type.
Sono stati anche rilevati tre riarrangiamenti di NPM1 (NPM1/RPP30, NPM1/SETBP1, NPM1/CCDC28A) mediante ibridazione citogenetica, fluorescenza in SITU e sequenziamento dell'RNA.
Studi funzionali hanno dimostrato che in caso di LAM, queste proteine con mutazioni nell'esone 5, hanno un NES aggiuntivo (di nuova creazione o già presente nella proteina di fusione) che ne garantisce l'accumulo citoplasmatico.
Questi risultati confermano che il trasferimento citoplasmatico di NPM1 è critico nella leucemogenesi e rafforzano il ruolo dell'immunoistochimica nel predire le lesioni di NPM1 associate alle LAM.
Questo studio evidenzia la necessità di sviluppare nuovi saggi per la diagnostica molecolare e il monitoraggio della leucemia mieloide acuta con NPM1 mutato.
Questi risultati derivano da uno studio coordinato dalla prof.ssa Martelli dell'università di Perugia e sono stati recentemente pubblicati sulla Rivista Blood. Martelli MP et al. Blood. 2021 Dec 23;138(25):2696-2701. doi: 10.1182/blood.2021012732.(Vai all'abstract collegamento esterno)



Icona NMP Aprile 2021: L'analisi genomica a livello di singola cellula ha evidenziato cellule staminali portatrici delle mutazioni responsabili della trasformazione leucemica nella fase cronica della Mielofibrosi Primaria

Le Neoplasie Mieloproliferative sono causate da numerose mutazioni genetiche, la cui acquisizione sequenziale determina la crescita incontrollata delle cellule tumorali. Recenti studi hanno mostrato come l'ordine di acquisizione di queste mutazioni sia fondamentale per predire l'evoluzione della malattia e quindi potenzialmente direzionare approcci terapeutici mirati. A tale scopo, in uno studio condotto all'interno del progetto AIRC Mynerva e recentemente pubblicato sulla rivista Precision Oncology, sono stati studiati a livello di singola cellula il DNA e l'RNA delle cellule staminali di un paziente affetto da Mielofibrosi Primaria, sottoposto a trattamento con Ruxolitinib, la cui patologia è successivamente progredita a Leucemia Mieloide Acuta. L'evoluzione della malattia è stata studiata in tre tempi: durante la fase cronica in assenza di trattamento, durante la fase accelerata dopo 8 mesi di trattamento, e dopo l'evoluzione leucemica (11 mesi di trattamento). Il paziente ha risposto solo parzialmente alla terapia, con una modesta riduzione delle dimensioni della milza.
Lo studio del genoma delle cellule staminali ha consentito di ricostruire l'ordine di acquisizione delle mutazioni. In questo paziente la prima mutazione ha coinvolto il gene TET2, che conferisce alle cellule un vantaggio in termini di crescita, seguita dalla mutazione driver JAK2V617F. Il passaggio dalla fase cronica alla fase accelerata è stato determinato dall'acquisizione di una mutazione su TP53. L'ultima mutazione acquisita è risultata essere a carico del gene FLT3, frequentemente alterato nelle leucemie. Nel complesso, la progressione della patologia è associata ad un aumento dell'eterogeneità clonale, ovvero del numero di popolazioni di cellule staminali che presentano multiple alterazioni genetiche all'interno della stessa cellula. Con l'analisi a livello di singola cellula è stato possibile verificare la presenza di mutazioni sui geni TP53 e FLT3, che sono associate al peggioramento del quadro clinico del paziente, in una bassa percentuale di cellule già nella fase cronica della malattia. L'identificazione di queste varianti scarsamente rappresentate non è stata invece possibile con i metodi di sequenziamento utilizzati attualmente per la diagnosi.
Lo studio del trascrittoma, ovvero dell'insieme dei geni espressi dalle cellule staminali del paziente, ha rivelato come la risposta al trattamento e la progressione della malattia determinino lo spegnimento di effettori della via di segnalazione degli interferoni, molecole che hanno la funzione di stimolare il sistema immunitario; tale fenomeno è potenzialmente correlato al trattamento con Ruxolitinib, data l'azione antinfiammatoria esercitata dal farmaco. Questa analisi ha inoltre consentito di evidenziare come, nel corso della progressione della malattia, le cellule tumorali mettano in atto dei sistemi per "evadere" dal controllo immunitario mediante l'attivazione della via di trasduzione del segnale PD1/PD-L1, tipicamente attivata dalle cellule neoplastiche per bloccare la crescita e l'attivazione dei linfociti T. Questi risultati saranno di grande importanza per ulteriori studi volti a chiarire l'interazione fra sistema immunitario e cellule leucemiche, al fine di ottimizzare approcci terapeutici che indeboliscano le cellule tumorali senza compromettere l'azione fisiologica del sistema immunitario. Inoltre, da queste analisi emerge chiaramente come l'evoluzione verso Leucemia Mieloide Acuta sia accompagnata da un blocco nel differenziamento cellulare, processo che comporta la mancata acquisizione della funzione fisiologica delle cellule stesse.
Nel complesso questi risultati indicano che le analisi condotte a livello di singola cellula sono in grado di descrivere in dettaglio l'eterogeneità clonale del tumore ed identificare i meccanismi molecolari coinvolti nella progressione della malattia in pazienti con Mielofibrosi Primaria. Tali studi potranno contribuire ad una migliore valutazione della prognosi del paziente e quindi allo sviluppo di terapie personalizzate.

Mutated clones driving leukemic transformation are already detectable at the single-cell level in CD34-positive cells in the chronic phase of primary myelofibrosis
Sandra Parenti, Sebastiano Rontauroli, Chiara Carretta, Selene Mallia, Elena Genovese, Chiara Chiereghin, Clelia Peano, Lara Tavernari, Elisa Bianchi, Sebastian Fantini, Stefano Sartini, Oriana Romano, Silvio Bicciato, Enrico Tagliafico, Matteo Della Porta, Rossella Manfredini
NPJ Precision Oncology doi: 10.1038/s41698-021-00144-9 (Vai all'abstract collegamento esterno)



Icona NMP Aprile 2021: Il profilo di espressione genica dei pazienti con mielofibrosi correla con le loro caratteristiche molecolari e cliniche

La Mielofibrosi fa parte della famiglia delle Neoplasie Mieloproliferative Philadelphia negative e può essere primaria nel caso in cui si sviluppi in un individuo sano o secondaria se progredisce da una condizione pre-esistente di Policitemia Vera o Trombocitemia Essenziale. Nonostante le differenze, il trattamento per i pazienti affetti da Mielofibrosi Primaria e Secondaria è lo stesso e la prognosi, cioè la previsione di come la malattia evolverà nel tempo, è definita in base alle stesse caratteristiche cliniche e genetiche. Negli ultimi anni è aumentato l'interesse in ambito prognostico rispetto alla capacità del profilo di espressione genica di fornire informazioni utili a predire la sopravvivenza dei pazienti affetti da diversi tipi di tumore, ne sono un esempio i test creati per la classificazione prognostica del tumore alla mammella. Le cellule del nostro organismo, infatti, utilizzano le informazioni contenute all'interno del DNA per produrre le proteine necessarie a svolgere le loro funzioni fisiologiche. Quando nel DNA si generano delle alterazioni, la fisiologia della cellula viene profondamente alterata perché inizia ad esprimere geni diversi rispetto alla cellula normale. Per questo motivo lo studio dei profili di espressione genica potrebbe fornire nuove informazioni in merito alla natura e a alla prognosi della malattia.
In questo lavoro, la collaborazione delle diverse unità coinvolte nel progetto Mynerva ha permesso lo studio del profilo di espressione genica dei granulociti in 114 pazienti affetti da Mielofibrosi Primaria e Secondaria attraverso l'utilizzo di microarrays. I dati raccolti sono stati quindi analizzati con lo scopo di identificare la presenza di correlazioni tra il profilo di espressione genica delle cellule e le caratteristiche cliniche e genetiche dei pazienti, con particolare riferimento alla prognosi della malattia. L'analisi ha permesso di identificare 201 geni la cui espressione da parte delle cellule tumorali caratterizza i pazienti con una prognosi peggiore. Infatti, i pazienti ad alto rischio identificati mediante questa lista di geni presentano una sopravvivenza inferiore rispetto agli altri e una maggiore propensione alla trasformazione a Leucemia Mieloide Acuta, che rimane la principale causa di morte per questi individui. Inoltre, è stato osservato che questi pazienti ad alto rischio presentano caratteristiche cliniche e molecolari riconosciute come sfavorevoli ed utilizzate per la valutazione prognostica, come ad esempio la presenza di mutazioni in specifici geni (ASXL1, EZH2, SRSF2 e IDH1/2) definiti "high molecular risk". Il gruppo ad alto rischio identificato in questo lavoro è risultato essere arricchito in pazienti affetti da Mielofibrosi Secondaria e caratterizzati per la presenza della mutazione JAK2V617F in omozigosi, mentre il gruppo a basso rischio è risultato arricchito in individui con una diagnosi di Mielofibrosi nello stadio pre-fibrotico.
Nel complesso questi risultati dimostrano che il profilo di espressione genica dei granulociti di Mielofibrosi correla con le caratteristiche cliniche e molecolari dei pazienti, in particolare con la loro sopravvivenza. Questo studio rappresenta un primo passo verso la possibile applicazione dell'analisi del profilo di espressione genica nei pazienti affetti da Mielofibrosi come strumento utile per l'integrazione degli attuali modelli prognostici al fine di ottenere una sempre migliore classificazione del rischio, e quindi un più efficacie approccio terapeutico.

Gene expression profile correlates with molecular and clinical features in patients with myelofibrosis
Rontauroli S, Castellano S, Guglielmelli P, Zini R, Bianchi E, Genovese E, Carretta C, Parenti S, Fantini S, Mallia S, Tavernari L, Sartini S, Mirabile M, Mannarelli C, Gesullo F, Pacilli A, Pietra D, Rumi E, Salmoiraghi S, Mora B, Villani L, Grilli A, Rosti V, Barosi G, Passamonti F, Rambaldi A, Malcovati L, Cazzola M, Bicciato S, Tagliafico E, Vannucchi AM, Manfredini R.
Blood Adv. 2021 Mar 9;5(5):1452-1462. doi: 10.1182/bloodadvances.2020003614 (Vai all'abstract collegamento esterno)



Icona NMP Marzo 2021: Risposta immunitaria in seguito all'infezione da SARS-CoV-2 in pazienti affetti da neoplasie mieloproliferative croniche

Uno studio pubblicato in British Journal of Haematology.
Una risposta immunitaria efficace all'infezione da SARS-Cov-2, e soprattutto al vaccino, è fondamentale per poter raggiungere un controllo sull'attuale pandemia, mediante la cosiddetta "immunità di gruppo". Non è noto però se pazienti immunocompromessi siano in grado di sviluppare una risposta immunitaria paragonabile a quella della popolazione generale.
Questo aspetto è stato affrontato in una recente pubblicazione che ha analizzato una coorte di pazienti affetti da neoplasie mieloproliferative croniche (NMP). Nello studio della risposta immunitaria, è stata eseguita una valutazione della risposta T cellulare. Per i non addetti ai lavori, ricordiamo che la risposta immunitaria di un soggetto viene distinta in risposta innata e adattativa; quest'ultima risulta essere a sua volta suddivisa in risposta umorale (che consiste nella produzione di anticorpi, in cui sono coinvolti i linfociti B) e risposta cellulare, mediata da linfociti T.
In questa ricerca, sono stati selezionati sette pazienti, e confrontati con sei controlli sani, che avessero manifestato una pregressa infezione da SARS-CoV-2, ed è stata misurata la funzionalità T cellulare in risposta all'esposizione a proteine del virus.
E’ stato osservato che i pazienti affetti da NPM presentano una risposta T polifunzionale, non inferiore affatto ai soggetti di controlli sani. Quest'osservazione è molto importante in quanto la risposta T cellulare è capace di fornire una memoria immunologica che può essere talvolta più duratura della risposta umorale. Un altro punto da sottolineare è che i pazienti affetti da Leucemia Mieloide Cronica in trattamento con inibitori della Tirosin chinasi (Imatinib/Bosutinib/Ponatinib in questo studio) non hanno presentato un'attenuazione della risposta T mediata, il che è rassicurante, visto il potenziale immunoregolatore di questo tipo di farmaci.
Lo studio, condotto su un numero limitato di pazienti, non risponde ad alcuni interrogativi, che risultano ancora da approfondire. In particolare, se la risposta immunitaria adattativa (T o B) sia influenzata da terapie citoriduttive o con JAK inibitori, e se la risposta umorale ai vaccini per SARS-CoV-2 in paziente affetti da NMP sia comparabile a quella di individui sani o se siano necessarie strategie per ottimizzare la risposta in questi pazienti.

Evidence of robust memory T-cell responses in patients with chronic myeloproliferative neoplasms following infection with severe acute respiratory syndrome coronavirus-2 (SARS-CoV-2)
Harrington P, Harrison CN, Dillon R, Radia DH, Rezvani K, Raj K, Woodley C, Curto-Garcia N, O'Sullivan J, Saunders J, Kordasti S, Ali S, de Lavallade H, McLornan DP
Br J Haematol. 2021 Mar 14. doi: 10.1111/bjh.17402 (Vai all'abstract collegamento esterno)



Icona NMP Icona SMD Icona LMA Marzo 2021: Le basi molecolari e l'architettura clonale delle neoplasie mieloidi con mutazione del gene SRSF2

Pubblicati sulla rivista Leukemia i dati definitivi di uno studio internazionale condotto all'interno del progetto AIRC Mynerva e coordinato dal Prof. Malcovati dell'UO di Pavia, con la collaborazione del prof. Vannucchi e della prof.ssa Guglielmelli della UO di Firenze, volto ad analizzare le basi molecolari dell'eterogenità clinica delle neoplasie con mutazione somatica del fattore di splicing SRSF2.
L'acido ribonucleico (o RNA) è alla base della funzionalità di ogni cellula e consente alle informazioni contenute nei cromosomi – che costituiscono il genoma di ciascun individuo – di essere tradotte in proteine, ovvero molecole alla base del funzionamento di ogni cellula e organismo. Le neoplasie sono causate dall'introduzione di mutazioni genetiche, ovvero modifiche patologiche del genoma, che alterano la funzionalitá cellulare e promuovono la crescita incontrollata delle cellule portatrici di tali mutazioni.
È noto che le neoplasie mieloidi abbiano frequentemente mutazioni genetiche che sovvertano la funzionalità di proteine coinvolte nella maturazione e regolazione dell'RNA. Ad esempio è noto il ruolo patogenetico delle mutazioni del gene SF3B1 nella genesi della sindrome mielodisplastica con sideroblasti ad anello. SRSF2 è una proteina che, similmente a SF3B1, è coinvolta nella maturazione dell'RNA ma, tuttavia, non è circoscritta ad un preciso sottotipo di neoplasia mieloide. Infatti, le mutazioni del gene SRSF2 sono state riscontrate in sindromi mielodisplastiche (MDS), leucemie mieloidi acute (LAM), sindromi mieloproliferative (MPN) e leucemie mielomonocitiche croniche (LMMC). In ciascuna delle precedenti varianti di neoplasia mieloide, mutazioni nel gene SRSF2 sono state correlate ad una prognosi peggiore e refrattarietà ai trattamenti attualmente disponibili. A differenza di SF3B1, le mutazioni in SRSF2 non sono specifiche per un particolare sottotipo, per cui la comprensione dei meccanismi molecolari alla base di tale eterogeneità clinica è essenziale per elaborare strategie terapeutiche personalizzate al fine di migliorare le attuali opzioni terapeutiche.
Lo studio, sotto l'egida del progetto AIRC Mynerva, ha coinvolto 4 centri ematologici di riferimento internazionale (IRCCS Policlinico San Matteo di Pavia, Azienda Ospedaliero-universitaria Careggi di Firenze, Karolinska Institutet di Stoccolma e Università di Kyoto) ed ha analizzato in modo prospettico le caratteristiche cliniche e molecolari di 279 pazienti con neoplasia mieloide portatori di mutazione del gene SRSF2.
Lo studio delle mutazioni genetiche è stato condotto utilizzando moderne tecniche di sequenziamento degli acidi nucleici che consentono di identificare con elevata sensibilità e specificità un vasto spettro di mutazioni aberrazioni genetiche nel genoma delle cellule tumorali.
Lo studio ha dimostrato che la mutazione del gene SRSF2 è invariabilmente associata ad almeno una seconda mutazione, la quale può essere stata acquisita precedentemente o successivamente a quella del gene SRSF2. I risultati dello studio hanno dimostrato che l'ordine con cui tali mutazioini vengono acquisite dalle cellule neoplastiche abbia un effetto sulla presentazione clinica della neoplasia stessa. Inoltre, caratteristiche cliniche ricorrenti (fenotipi) sono specificiamente associati ad alcune mutazioni. Ad esempio, le mutazioni nei geni JAK2 o MPL si associano invariamente a fibrosi midollare, la quale è tanto più pronunciata quanto maggiore è la grandezza del clone JAK2/SRSF2 o MPL/SRSF2 mutato. Similmente, la mutazione nel gene TET2 si associa con la presenza di monocitosi la quale è direttamente proporzionale al clone SRSF2/TET2. Infine, la presenza di mutazioni nei geni STAG2, RUNX1 o IDH1/IDH2 si associa a una peggiore prognosi e ad incrementato numero di blasti leucemici.
Questo studio ha contribuito ad aumentare la comprensione dei meccanismi molecolari alla base della fisiopatologia delle neoplasie mieloidi, prerequisito essenziale per contribuire allo sviluppo di strategie personalizzate di trattamento oncologico. Inoltre, ha fornito un modello patogenetico che potrebbe essere comune ad altri sottotipi neoplastici, per cui il pattern comutazionale, l'organizzazione gerarchica e la grandezza dei cloni neoplastici definiti da ciasnuna combinazione di mutazione spiega l'eterogenità clinica e prognostica delle neoplasie mieloidi.

Co-mutation pattern, clonal hierarchy, and clone size concur to determine disease phenotype of SRSF2P95-mutated neoplasms.
Todisco G et al. Leukemia. 2020 Dec 21. doi:10.1038/s41375-020-01106-z (Vai all'abstract collegamento esterno)



Icona NMP Gennaio 2021: Pubblicati sulla prestigiosa rivisita Lancet Haematology i dati preliminari dello studio randomizzato LOW-PV (condotto all'interno del progetto AIRC Mynerva) volto a valutare il profilo beneficio/rischio della Prolina-interferone alfa-2b pegilato (AOP2014), in aggiunta alla migliore strategia terapeutica disponibile basata sui salassi, in pazienti con Policitemia Vera (PV) a basso rischio

L'utilizzo dell'interferone per il trattamento delle neoplasie mieloproliferative ha una lunga storia, con i primi studi condotti ormai più di 30 anni fa che hanno dimostrato l'efficacia dell'interferone alfa (all'epoca, interferone alfa convenzionale) nel controllo della eritrocitosi, trombocitosi, del prurito e dei sintomi costituzionali. Da allora molti studi, utilizzando più frequentemente interferone alfa pegilato, ne hanno confermato l'efficacia. Tuttavia, la tossicità del farmaco ha portato all'interruzione del trattamento in circa un quarto dei pazienti. Il ropeginterferon alfa-2b è un interferone monopegilato di nuova generazione, a lunga durata d'azione, che consente la somministrazione del farmaco ogni due settimane. Negli studi PEGINVERA e PROUD-PV, in pazienti con policitemia vera (PV) ad alto rischio cardiovascolare (per età > 60 anni o presenza di eventi trombotici in anamnesi), è stato dimostrato un profilo di tossicità favorevole di ropeginterferon alfa-2b, con un basso tasso di sospensione del trattamento. Secondo le attuali linee guida, i pazienti con PV a basso rischio sono trattati con salassi (per il controllo dell’ematocrito ≤ 45%) e aspirina a basso dosaggio (generalmente 100 mg/die). Il trattamento citoriduttivo nei pazienti a basso rischio è prescritto solo in casi molto selezionati come ad esempio in presenza di pazienti con una conta leucocitaria e piastrinica eccezionalmente elevate, splenomegalia o malattia sintomatica; a sostegno di queste considerazioni cliniche, mancano dati derivanti da studi clinici prospettici.
Le attuali raccomandazioni per pazienti con PV a basso rischio sembrano non essere ottimali. Alcuni dati attestano che, nonostante il trattamento con salassi e cardioaspirina, l'incidenza di eventi trombocitici maggiori (quali ictus, infarto, trombosi venose profonde, ecc.) nei pazienti con PV a basso rischio sia circa doppia rispetto a quella della popolazione generale di controllo. A tal proposito è stato ideato lo studio LOW PV, volto a confrontare l'efficacia e la sicurezza del ropeginterferon alfa-2b in aggiunta al regime della salassoterapia in pazienti con PV a basso rischio cardiovascolare (pazienti di età < 60 anni e senza una storia di trombosi).
Lo studio, sotto l'egida del progetto AIRC Mynerva, ha coinvolto 21 Centri ematologici in tutta Italia. I pazienti sono stati randomizzati (1:1, cioè probabilità del 50% di ricevere il trattamento sperimentale) per ricevere salassi e cardioaspirina a basso dosaggio (gruppo standard) e ropeginterferone alfa-2b in aggiunta al trattamento standard (gruppo sperimentale). I pazienti assegnati al gruppo sperimentale hanno ricevuto ropeginterferon alfa-2b per via sottocutanea ogni 2 settimane al dosaggio di 100 µg. L'obiettivo primario era la valutazione della risposta al trattamento, definita come mantenimento dei valori mediani dell'ematocrito ≤ 45% senza progressione della malattia durante un periodo di osservazione di 12 mesi. Lo studio, appena approvato alla pubblicazione sulla prestigiosa rivista Lancet Haematology, riporta i risultati preliminari su 50 pazienti arruolati in ognuno dei due gruppi di studio (totale di 100 pazienti). Il tasso di risposta al trattamento è risultato notevolmente più alto nel gruppo sperimentale (42 [84%] su 50 pazienti) rispetto al gruppo standard (30 [60%] su 50 pazienti). Inoltre, nel primo anno di trattamento, il ropeginterferon alfa-2b si è rivelato un trattamento ben tollerato. Infatti, gli eventi avversi riportati più frequentemente all'interno dello studio sono stati: la riduzione della conta dei neutrofili (globuli bianchi che proteggono l'organismo da agenti estranei, soprattutto infettivi) non grave in solamente quattro pazienti all'interno del gruppo sperimentale senza un aumento di eventi infettivi. Nessun caso di progressione è stato osservato nel gruppo sperimentale contro 4/50 (8%) del gruppo di trattamento standard. Inoltre, la necessità di effettuare salassi si riduce del 15% nei pazienti in trattamento con ropeginterferone alfa-2b rispetto al 3% del gruppo trattato con la sola cardioaspirina.
Lo studio dimostra che l'aggiunta del ropeginterferon alfa-2b ai salassi sembra essere una opzione terapeutica sicura ed efficace nel mantenere stabilmente i valori dell'ematocrito ≤45% nei pazienti con PV a basso rischio. Attualmente resta ferma l'indicazione al trattamento con i soli salassi e la cardioaspirina nei pazienti affetti da PV a basso rischio. Tuttavia, i risultati conclusivi e a più lungo termine del presente studio potrebbero avere importanti implicazioni, cambiando di fatto l'attuale gestione clinica dei pazienti con PV a basso rischio.

Ropeginterferon alfa-2b versus phlebotomy in low-risk patients with polycythaemia vera (Low-PV study): a multicentre, randomised phase 2 trial
www.thelancet.com/haematology Published online January 18, 2021 (Vai all'abstract collegamento esterno)



Icona NMP Luglio 2020: L'attecchimento di cellule staminali e progenitrici di mielofibrosi umana è migliore in topi MISTG

Le somiglianze esistenti tra uomo e altri organismi viventi hanno permesso alla comunità scientifica di sviluppare sistemi modello in grado di fornire una grande quantità di informazioni riguardanti sia i processi fisiologici che patologici, inclusa la comprensione dei meccanismi molecolari che regolano lo sviluppo dei tumori.
Il modello murino è tra i più utilizzati per lo studio delle malattie umane dal momento che il suo genoma ha un elevata omologia con l’uomo. Tuttavia questa grande somiglianza genetica non sempre si traduce in somiglianza fisiologica e fenotipica. Infatti il sistema immunitario del topo presenta molte differenze rispetto all'uomo. Per questo motivo negli ultimi anni sono stati sviluppati dei topi "umanizzati" che esprimono molte molecole umane. In quest'ottica, i topi MISTRG rappresentano attualmente il miglior modello murino dal momento che sono particolarmente permissivi all'attecchimento di cellule isolate da pazienti con sindromi mieloproliferative.
In questo recente lavoro, pubblicato sulla rivista Blood advances, Lysenko et al hanno dimostrato che l'espressione di alcuni fattori di crescita umani (M-CSF, IL-3, GM-CSF, TPO), in combinazione con la proteina umana SIRPα, generano le condizioni ideali per l'attecchimento in topi MISTRG di cellule ematopoietiche di pazienti. Infatti, a differenza dei precedenti modelli murini immunodeficienti (NOD/SCID), questi topi sviluppano un microambiente di supporto ideale per lo sviluppo e il mantenimento delle cellule staminali progenitrici ematopoietiche derivanti da pazienti con Mielofibrosi. Oltre al midollo osseo, in questi topi le cellule umane sono in grado di ripopolare altri organi tra cui la milza. Inoltre, è stato osservato che le cellule trapiantate mantengono le mutazioni presenti nelle cellule del paziente. Infine, il trattamento con il Ruxolitinib, farmaco di elezione per le malattie mieloproliferative, ha portato ad una significativa riduzione dell'attecchimento di queste cellule sia a livello midollare che periferico.
In conclusione, questo nuovo organismo modello proposto dagli autori risulta ideale per lo studio delle malattie mieloproliferative e per testare nuovi agenti terapeutici, dal momento che garantisce un migliore attecchimento delle cellule staminali progenitrici ematopoietiche umane ed un mantenimento della complessità genetica osservata nei pazienti con Mielofibrosi.

Enhanced engraftment of human myelofibrosis stem and progenitor cells in MISTRG mice.
V. Lysenko, N. Wildner-Verhey van Wijk, K. Zimmermann et al. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Icona LMA Luglio 2020: La Leucemia Secondaria derivata da neoplasie Mieloproliferative

Le neoplasie mieloidi Philadelphia-negative sono un gruppo eterogeneo di patologie onco-ematologiche a carico delle cellule staminali ematopoietiche. Dalle staminali ematopoietiche originano tutte le cellule differenziate del sangue, che sono dunque capaci di svolgere le funzioni specializzate essenziali per l'organismo.
In questo gruppo di neoplasie emopoietiche una o più mutazioni in geni importanti per la proliferazione e il differenziamento delle cellule staminali ne alterano le proprietà funzionali.
Il decorso di queste neoplasie mieloidi è generalmente cronico, quindi piuttosto lento, ma in alcuni pazienti la malattia può progredire rapidamente attraverso una fase detta "accelerata" che esita in una fase leucemica acuta, caratterizzata dalla presenza nel sangue di cellule immature definite "blasti leucemici".
Questa particolare forma leucemica, poiché si sviluppa da una neoplasia mieloide precedente, prende il nome di leucemia acuta secondaria.
Vi sono delle differenze tra una leucemia mieloide acuta de novo, che insorge quindi primariamente, e una leucemia acuta secondaria? Perché una neoplasia mieloide cronica evolve in una leucemia acuta secondaria?
In questo lavoro i ricercatori rispondono a queste domande, riassumendo le attuali conoscenze nel campo delle leucemie secondarie.
Una prima evidenza scientifica è rappresentata dalla differente risposta ai trattamenti farmacologici dei pazienti con leucemia de novo e di quelli con leucemia secondaria. La somministrazione di terapie utilizzate per la leucemia de novo a pazienti con leucemia secondaria si rivela spesso fallimentare.
Lo studio delle caratteristiche molecolari delle leucemie secondarie potrebbe aiutare a capire il motivo di questa inefficacia e a disegnare nuove strategie terapeutiche mirate.
L'aggravamento del quadro clinico, caratteristico della rapida evoluzione delle neoplasie mieloidi in forme leucemiche, è associato spesso all'acquisizione di nuove mutazioni. A seguito di questo fenomeno, le cellule leucemiche mettono in atto nuove strategie per sopravvivere, sfuggire al sistema immunitario e far progredire la malattia. Identificare queste strategie può permettere di identificare marcatori molecolari predittivi di un'eventuale cattiva prognosi e disegnare una terapia personalizzata. Inoltre è possibile identificare i cosiddetti fattori di rischio, ad esempio mutazioni nei geni TP53 e/o FLT3, che possono segnalare precocemente la possibilità che una neoplasia mieloide cronica evolva a leucemia acuta.
Una conoscenza più approfondita delle caratteristiche cliniche e molecolari delle leucemie secondarie permetterà quindi di sviluppare nuove strategie terapeutiche per migliorare la prognosi e quindi le aspettative di vita di questi pazienti (Vai all'abstract collegamento esterno).

Leukemia secondary to myeloproliferative neoplasms.
Andrew J. Dunbar, Raaiit K. Rampal, Ross Levine. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Icona NMP Luglio 2020: Influenza delle terapie farmacologiche sul rischio di secondi tumori in pazienti con neoplasia mieloproliferativa

Un gruppo di ricercatori, proveniente da 30 centri ematologici internazionali, ha raccolto due ampi gruppi di pazienti affetti da neoplasia mieloproliferativa, per un totale di più di 1800 casi. Fra questi, 647 avevano ricevuto una diagnosi di secondo tumore, a differenza dei restanti 1234. Questi ultimi sono stati scelti in modo da avere caratteristiche simili al primo gruppo per quanto riguarda il sesso, l'età al momento della diagnosi di MPN e la durata della malattia stessa.
L'obiettivo degli Autori è stato quello di migliorare la nostra conoscenza del profilo di sicurezza legato all'assunzione di alcuni farmaci, usualmente utilizzati per il trattamento dei pazienti con MPN, come l'Idrossiurea (Oncocarbide), l'Interferone o il Ruxolitinib. È molto difficile, infatti, definire il peso di eventuali trattamenti farmacologici visto che i pazienti con MPN possono avere già di per sé un'aumentata incidenza di altre patologie, ematologiche o meno.
I risultati di questo studio sono rassicuranti e ci invitano a prestare particolare attenzione all'educazione sanitaria ed alla prevenzione in ambito dermatologico.
In dettaglio, non è stata riscontrata alcuna differenza in termini di secondi tumori confrontando i pazienti trattati con Idrossiurea ed i pazienti che, invece, non avevano ricevuto questo farmaco. D'altro canto, l'Idrossiurea è stata associata ad un incremento del rischio di tumori cutanei. Un'osservazione simile è stata fatta anche per i pazienti trattati con Ruxolitinib.
Sul piano biologico, invece, non vi sono state associazioni rilevanti legate alla presenza di determinate mutazioni, sia driver, sia addizionali.
Globalmente, pur considerando i limiti degli studi retrospettivi, questo importante lavoro conferma e rafforza le informazioni relative alla sicurezza dei farmaci impiegati per trattare i pazienti con MPN, sottolinea la necessità di aderire a tutte le buone norme comportamentali legate all'esposizione solare e ci invita ad un'attenta sorveglianza clinica dei possibili problemi cutanei.

Second cancer in Philadelphia negative myeloproliferative neoplasms (MPN-K). A nested case-control study.
Tiziano Barbui, Arianna Ghirardi, Arianna Masciulli, Alessandra Carobbio, Francesca Palandri, Nicola Vianelli, Valerio De Stefano, Silvia Betti, Ambra Di Veroli, Alessandra Iurlo, Daniele Cattaneo, Federica Delaini, Massimiliano Bonifacio, Luigi Scaffidi, Andrea Patriarca, Elisa Rumi, Ilaria Carola Casetti, Clemency Stephenson, Paola Guglielmelli, Elena Maria Elli, Miroslava Palova, Laura Bertolotti, Daniel Erez, Montse Gomez, Kai Wille, Manuel Perez-Encinas, Francesca Lunghi, Anna Angona, Maria Laura Fox, Eloise Beggiato, Giulia Benevolo, Giuseppe Carli, Rossella Cacciola, Mary Frances McMullin, Alessia Tieghi, Valle Recasens, Monia Marchetti, Martin Griesshammer, Alberto Alvarez-Larran, Alessandro Maria Vannucchi, Guido Finazzi. (Vai all'abstract collegamento esterno)



Icona NMP Luglio 2020: Associazione fra fumo di sigaretta, alterazione dei valori dell'emocromo e rischio di neoplasie mieloproliferative

Gli Autori di questo studio hanno valutato in modo molto accurato e approfondito l'impatto del fumo di sigaretta sulle alterazioni dei valori dell'emocromo (come la conta dei globuli bianchi, il numero dei globuli rossi e le loro caratteristiche, e la conta delle piastrine) e sul rischio di sviluppare una neoplasia mieloproliferativa.
Uno dei punti di forza di questa ricerca è la grandezza della popolazione che è stata studiata: aggregando diversi studi, gli Autori hanno potuto valutare più di due milioni e trecentomila individui.
I punti salienti che sono emersi possono essere sintetizzati come segue:
- fra i fumatori (attuali o che hanno cessato) molti valori dell'emocromo sono risultati essere aumentati rispetto alla norma; in tal senso, il dato più significativo ha riguardato il valore (aumentato) dei globuli bianchi;
- è stato osservato anche un effetto legato al numero di sigarette consumate, con i valori più alti riscontrati nei forti fumatori;
- gli effetti sui valori dell'emocromo sono risultati attenuati, ma non del tutto risolti, dopo aver cessato l'abitudine del fumo;
- il rischio di sviluppare una neoplasia mieloproliferativa è risultato più alto fra i fumatori (a prescindere dall'intensità del loro consumo) rispetto ai non fumatori. Quest'ultima osservazione è derivata dall'osservazione di quasi un milione e mezzo di individui, con quasi 2200 casi di MPN.
In conclusione, anche se gli effetti negativi del fumo sono ampiamente noti, questo lavoro ne definisce in modo molto accurato l'influenza su alcuni parametri di laboratorio, a testimonianza del fatto che il fumo stesso si ripercuote su tutto l'organismo e non solo sull'apparato respiratorio. Inoltre, emerge un'associazione con il rischio di sviluppare una neoplasia mieloproliferativa.

Smoking, blood cells and myeloproliferative neoplasms: meta-analysis and Mendelian randomization of 2.3 million people.
Nimesh A. Jayasuriya, Alisa D. Kjaergaard, Kasper M. Pedersen, Anders L. Sørensen, Marie Bak, Morten K. Larsen, Børge G. Nordestgaard, Stig E. Bojesen, Yunus Colak, Vibe Skov, Lasse Kjær, Janne S. Tolstrup, Hans C. Hasselbalch and Christina Ellervik. (Vai all'abstract collegamento esterno)